Ormai - esclamò Nathan W. J. O' Fist - in quel paese
vinceva le elezioni chi diceva le bugie più grosse... - Strinse le labbra, e corrugò la fronte, come se avesse
indovinato i miei dubbi. Mi permisi di offrirgli una gitane senza filtro, ma sapevo che fumava
soltanto la pipa o al massimo sigari di Oporto. Questi sigari, se li
faceva spedire per nave, non par
avion, da un suo vecchio amico, Fernao Mendes
Pinto, tabaccaio (omonimo del famoso viaggiatore) di Lisbona: per nave,
diceva, si sarebbero impregnati di quel caratteristico odore di legno
macerato dalla salsedine che gli ricordava le notti tranquille di
navigazioni, trascorse sui ponti a chiacchierare. Alzò la mano, con
orgoglio, in segno di rifiuto, e riprese il discorso assumendo la
gravità del vecchio lupo di mare. Per un attimo si guardò le mani non
grandi ma nodose e raggrinzite come due pomelli di noce, forse
preoccupato per quello che stava per dirmi; la sua vita lo aveva
abituato a viaggiare con la mente anche mentre raccontava.
- Beh, non era per niente facile... Qualcuno,
soprattutto gli stranieri, ricordo, pensavano bastassero le solite
promesse elettorali sul calo dell'inflazione, il debito pubblico, la
legge antitrust, l'evasione fiscale, il lavoro, eccetera. Ma era tutto
un promettere tutto, che roba! e ci voleva altro per sbaragliare
l'avversario! Bugie di normale amministrazione... Una volta, però, venne
fuori una classe di politici capace di inventarne certe straordinarie,
inaudite, "agghiaccianti" (come si diceva allora)... Tutti ci
credevano... Beh, straordinarie per quei tempi. Oggi queste ti
sembreranno ridicole. Tu... voi, giovani - scagliò con tanto distacco
quest'attestazione anagrafica, come se io davvero non potessi sentirne
l'imponderabile caducità - voi oggi non siete più abituati a discernere
ciò che è nuovo da ciò che è vecchio: siete troppo smaliziati... Invece,
allora, solo pochi, intellettuali, sociologi, persone del genere, si
chiedevano se una cosa vera potesse essere e falsa nello stesso tempo;
ma molte cose restavano o vere o false. E pure lì era il pericolo:
spacciare le une per le altre... Come succedeva in quegli anni.
Una volta le elezioni furono vinte dal partito, anzi
dalla coalizione di partiti che aveva promesso di dire tutta la verità.
Dire tutta la verità era una menzogna, era la più spudorata che si fosse
mai sentita. Neppure gli avversari se l'aspettavano. All'estero, poi
(io, per qualche ragione di lavoro o di svago, me la passavo sempre un
po' all'estero), venne accolta con una curiosità... non so come dire,
una curiosità tale... mista a dileggio e compiacimento, come di chi si
sente offeso da una trovata altrettanto audace, e crede nello stesso
tempo di esserne superiore. Ma da dove cominciare a dire tutta la
verità, cioè tutta la bugia? - Sospirò come se non avesse mai trovato la
risposta al quesito.
- Oh, innanzitutto ti dico che in questo paese né la
costituzione né la bibbia avevano una legge o un comandamento che
proibivano di dire bugie e obbligavano a dire la verità. Voglio dire che
era vietato uccidere, rubare, fornicare, bestemmiare, era vietato
altresì fumare in certi luoghi pubblici e sui treni interregionali,
fermarsi a parlare sulle striscie pedonali, molestare il collega sul
lavoro, odiare il prossimo e dare... dare dello stronzo, fare atti
impuri, spetezzare in pubblico, era vietato anche scaracchiare per
terra, fare un rutto davanti a una signora, ma ognuno poteva dire tutto
quello che gli pareva: core vere e cose false. Era vietato frodare,
ingannare, imbrogliare, falsificare, sia a casa sua sia a casa
dell'amico, creditori e debitori, ma non era vietato, confessandosi,
dire delle bugie su tutto questo. (Cioè... in questo caso lo vietava la
coscienza, ma chi la sentiva più?) Quindi, in un
processo bastavano due testimonianze contrarie sullo stesso fatto,
portate sotto giuramento, a scombinare la ricostruzione e depistare
l'indagine, a seminare dubbi nell'opinione pubblica e nelle corti
succcessive chiamate a cassare o a confermare la prima sentenza. Ora, tu
immagina: le due testimonianze, riportate, amplificate, rettificate e
tradotte in gergo televisivo, non potevano che moltiplicarsi;
diventavano quattro, otto, sedici versioni, in contraddizione l'una con
l'altra. I loro autori, nel tentativo di correggerle, finivano per
moltiplicarle ancora di più. Intanto succedeva che giudici integerrimi,
testimoni importanti, documenti inediti, rendevano verosimili ora l'una
ora l'altra e la gente cambiava opinione ogni giorno, o addirittura più
volte in un giorno, e al fine di risolvere l'intreccio chiedeva
informazioni sempre più aggiornate, ricostruzioni più dettagliate,
dibattiti più accesi e forsennati, tutti alla disperata ricerca della
verità. Che più cercavi, più perdevi di vista. Eppure... - fece una
pausa, stette forse un minuto a incenerire la punta del suo enorme
sigaro - eppure non era questo il problema.
Quello che fece quel partito, fu di tracciare un quadro
cartesiano dell'oscillazione del voto degli elettori: su una retta
s'alzava o s'abbassava l'indice del Dubbio, sull'altra scorrevano
inesorabilmente i giorni della Propaganda - mi sembrava che Dubbio e
Propaganda le pronunciò come se avessero la maiuscola, e così le
trascrivo - fino alla mezzanote della vigilia del voto, in cui si dava
possibilità, a chi avesse voluto, di riflettere. Mo'
riesci a immaginare? Su questa tavola, integrata da minuziosi sondaggi,
era possibile cogliere i momenti in cui gli elettori erano più indecisi,
e di conseguenza svelare i punti più sconcertanti del programma
elettorale per risultare piùpersuasivi. All'indomani della vittoria
bisognava rispettare l'impegno di dire tutta la verità. Dire ogni giorno
tutta la verità era rischioso: gli elettori si sarebbero annoiati, o
peggio si sarebbero spaventati... Allora la Commissione di Vigilianza
dell'Opinione Pubblica consigliò di dire quello che tutti desideravano
fosse vero. Il ragionamento filava così: se la verità è una, le bugie
sono molte; se la verità è un punto, le bugie sono rette infinite che
s'incrociano e si ripetono all'infinito - dicendo questo mi guardò un
attimo temendo di non essere capito ma io (che difatti non avevo capito)
annuii - ragion per cui, se la verità è l'oggetto da sondare, la bugia è
il desiderio sondante; ergo, non so se mi stai seguendo... la soluzione
è fare sondaggi in diretta o in differita o in qualunque modo, purché la
gente creda di credere in ciò che gli si dice di credere. Nello stesso
tempo, parlando come la gente avrebbe desiderato che si parlasse,
costoro... dico questi nuovi politici avrebbero rivelato le differenze
con il linguaggio dei precedenti politici. Che era... (tu certamente non
te lo ricordi) era tortuoso, perché non diceva la verità, e
irresponsabile, perché evitava di confrontarsi con il mondo. Ma lasciamo
stare... Torniamo ai nuovi politici. Questi mostravano particolare
attenzione verso il modo in cui parlavano gli oppositori. Invece di
preoccuparsi di come parlavano loro, volevano che la gente si
preoccupasse di come parlavano gli altri, che - sbadati e ingenui! dico
poco - svolgevano l'opposizione più nelle piazze che nei sondaggi o
nelle piazze. Ingenui? Macché, era solo demagogia. Un'altra forma di
demagogia, che la colazione al governo cercava di far passare per
'irresponsabile', e quindi da censurare. E' chiaro? Insomma qualche
politologo visionario cominciò a temere la dittatura. Tsé, la
dittatura... Ma ti rendi conto! Quelli che non avevano conosciuto la
dittatura! Io, e quelli della mia classe, sì, che sapevamo cosa fosse...
La dittatura era impossibile. Perché? Ah, ah, ah! - risi anch'io, per
solidarietà - perché il più potente mezzo di non diffusione della
verità, che era la televisione, permetteva a tutti di rendersi conto che
anche la verità di cui si postulava (dico si postulava!) l'esistenza era
in fondo un'ipotesi dell'esistenza di una bugia da combattere, e perciò
non permetteva di capire se questa bugia da combattere fosse proprio la
pretesa verità da sostenere. Non so se hai capito, ma a me sembra chiaro
- io annuii puntualmente, ma avevo capito poco.
- Sto raccontando le cose come me le ricordo. E'
difficile raccontare come andarono i fatti, non perché non sia stato
attento alle versioni dei giornali o non abbia saputo verificare
l'attendibilità dei testimoni, ma perché io stesso, lo ricordo bene, nel
giro di qualche mese, se non stavo zitto, mentivo, e mentivo a tutti,
anche a me stesso. Non escludo che lo faccia anche ora, a mia insaputa,
e per questo ti avverto del pericolo - sottolineò tranqullizzandomi, con
un sorrisetto paterno -, non faccio che nascondere sempre la verità, che
forse neppure conosco (e anche ora forse mento). Ma si sa come vanno le
cose in questo mondo, - riprese quando io stavo per perdermi d'animo -:
ciò che esiste oggi, non esisterà domani; e allora non vedo una ragione
valida per mettere in dubbio tutto ciò che sto scrivendo e - concluse
con aria saggia e commossa - il dubbio stesso che lo attanaglia.
Dunque, dicevo, il primo passo fu di proibire che la
costituzione fosse presa per una costituzione. Era
un'impresa delicata. La maggior parte degli elettori sapeva ancora
leggere e scrivere e, se avesse avuto l'occasione di leggerla, avrebbe
capito che la costituzione era proprio una costituzione. Come fare? Si
cominciò a contraffare partendo dai dettagli, cioè da quelle parole che
giravano di qua e di là nel testo come pellegrine a prima vista
insignificanti per lo spirito della costituzione, che, come sai anche
tu, è la libertà. Cosa c'è sotto la Libertà se non la volontà del popolo
di essere libero? "Volontà Popolare" era il primo tassello
dell'imbugiardimento della costituzione. Se la coalizione al governo si
fa chiamare il Partito della Libertà, ciò vuol dire che esso esprime
senza mezzi termini lo Spirito della Costituzione e la Volontà Popolare,
che, infatti, non può che volere la Libertà. Bel sillogismo, eh! I capi
del partito vincente scelsero una figura carismatica a personificare il
desiderio di Libertà. Investito del Volere Popolare, questi doveva
essere il gestore di sentenze indiscutibili. Il secondo passo fu fatto
verso il concetto di Libertà. La costituzione prevedeva quasi tutto
tranne le minutaglie. Ohé, per minutaglie intendo i terremoti,
l'influsso delle stelle, l'uso dei contraccettivi e qualche altra cosa.
Ma la cosa più grave era che non aveva una formula che le permettesse di
presentarsi a chicchessia come una costituzione costituzionale, cioè un
articolo che dicesse: Questa costituzione è una costituzione. Ciò vuol
dire che, non essendo previsto alcun articolo sul fatto che essa dica
per costituzione di essere se stessa, che era la verità fondamentale di
ogni altra verità, nessuno poteva impedire che essa fosse una
contraffazione, non autentica, e quindi non dicesse, quando le paresse,
qualche bugia, nonostante che il sacro rispetto per il suo nome
trattenesse molti dal pensarlo minimamente. Questo difetto, lo chiamavo
così per scaramanzia, ebbe conseguenze disastrose sul concetto di
libertà. Alcuni studiosi produssero una mole imponente di argomenti per
sostenere che la Libertà non è espressione di un diritto o di un
paradosso, ma di chi vuole che il diritto sia un diritto, ammesso che lo
voglia davvero. Non posso ora ricapitolarti tutti gli argomenti perché è
inutile, ma qualcuno te lo devo ricordare. Il più semplice era anche il
più saggio e pieno di buon senso: "Solo chi ha potere può scegliere e
quindi solo questi è libero di essere libero di scegliere"; che credo
sia una rivisitazione della famosa massima "Solo il saggio è libero,
tutti quelli, invece, che non ragionano sono schiavi". Ne ricordo uno
paternalista e aristocratico che era citato anche dai diari scolastici
di tendenza e nelle pubblicità-progresso; faceva più o meno così:
"L'uomo che non ha bisogni è libero: il politico, in quanto è quello che
regola i bisogni dei cittadini, è anche il padre della loro libertà". Ma
il più valido, in quanto si fondava su una considerazione preliminare,
era questo: "Se i governi precedenti hanno sempre cercato sotterfugi per
rispondere, è stato o perché non sapevano rispondere o perché la
risposta li avrebbe sbugiardati; quindi, solo il fatto che il nuovo
partito risponde alle domande della gente è una garanzia totale di
rinnovamento e libertà". Come rispondevano gli oppositori? La risposta
era nel girare la frittata: cioè, mi spiego meglio, rifare le regole per
governare, porre il dilemma: governa chi è libero o è libero chi
governa? Giacché nel primo caso le cose non cambieranno mai, nel secondo
possono cambiare in peggio. A questo punto votare per il partito della
Libertà, significava essere contro la Costituzione stessa che diceva che
la Libertà è il bene di tutti. Ma se è un bene di tutti, possono
governare tutti? Il ragionamento era così ben incastrato che molti
smisero di leggere i giornali (i libri non si leggevano più da molto
tempo) e decisero di fidarsi esclusivamente della Televisione, in
quanto, come si dice, verba volant, scripta evadunt... Hai capito cosa
voglio dire, no? - concluse scherzando - nel lapsus c'è saggezza.
Dire tutta la verità era un'assunzione di principio che
sorreggeva ogni scadenza programmatica... Hai capito?
- Come? - sbottai, stupito.
- E certo che non hai capito, perché non vuol dire
niente! Ma allora così, più o meno, si esprimeva un politico in
televisione, quando era messo in difficoltà. Le "scadenze
programmatiche", devi sapere, scadevano sempre in coincidenza di un
mutamento dell'opinione pubblica. Nel momento in cui la spesa pubblica
sfondava il tetto previsto, il campionato del mondo di calcio giungeva
alle fasi finali; nel momento in cui si giocava la finale, si varava un
decreto-legge per la scarcerazione di alcuni pezzi grossi; nel momento
in cui questo decreto veniva ritirato, si accusava l'opposizione di
favorire le speculazioni in borsa, e così via. Non si trattava più di
dissimulare, come facevano un tempo i politici e continuavano a fare
alcuni avversari, per farsi perdonare, o meglio per ottenere un
dissimulato perdono da parte dai propri elettori, verso i propri sbagli.
Si trattava, invece, di far credere di pretendere la verità non dalle
parole, che potevano dissimulare, ma dai fatti, che potevano
nasconderla. Poiché i fatti non erano che la televisione, non bisognava
far altro che apparire in televisione e dire con autorità quello che era
più opportuno, cioè mentire con chiarezza. Basta con i discorsi
contorti, con cui si ammetteva tutto senza ammettere niente! Ora i
discorsi ammettevano solo quello che in televisione si doveva ammettere.
Con la dissimulazione si fondava la consociazione dei partiti ma non si
poneva la questione del consenso. Con la bugia era difficile stabilire
le consociazioni partitiche, perché le cose non potevano essere chiamate
che in un modo e non in due modi nello stesso tempo, e perciò fu facile
suscitare il consenso.
- Ma quale fu il primo atto del nuovo governo? - gli
chiesi, imbarazzato di averlo interrotto.
- Il primo e l'ultimo vuoi dire? - Replicò con
impazienza - Te lo dico subito. Il primo atto del nuovo governo fu
nominare la Giunta della Informazione Univoca di
Massa, e fondare nuovi giornali in vari punti
del paese per ingozzare il mercato della stampa di nuova carta che
disorientasse i già disorientati lettori. Questi nuovi giornali, che a
guardarli bene erano tutti uguali nei titoli e nei contenuti e
cambiavano poco nell'impaginazione, avevano la testata composta in
questo modo: - figurò gesticolando - qua campeggiava il nobile epiteto
del giornale che era in genere tautologico, a riprova del loro essere
veramente, ripeto veramente, dei giornali; sotto si intravedeva il nome
della città di redazione, e a volte un'esplicazione sottotitolata,
ripetitiva nella prima parte e arrogante o supplicante (a seconda dei
punti di vista) nella seconda parte, del tipo: quotidiano indipendente.
Questo poteva anche essere considerato un modo per "parlare al cuore
della gente", come si diceva (se il cuore avesse avuto orecchie per
ascoltare; ma poteva anche confermare il sospetto che sotto quella
patente di autenticità non ci fosse niente di nuovo da dire, dal momento
che, per dire bene le bugie su una cosa è necessario non mentire, cioè
sul mezzo con il quale si dicono queste bugie, che in questo caso è il
giornale, come se dicessi: Il giornale è il giornale, cioè è
vero...
- Ma che cosa fece cadere il governo - domandai con un
po' di misericordia.
- Semplicissimo, un tradimento. Una parte del grande
partito, dopo aver preso i voti degli elettori con la promessa di fare
appunto la coalizione che stava facendo, ora voltava le spalle e
stringeva alleanza, sotto banco, con l'opposizione. I traditori si
divisero tra coloro che non si consideravano tali e coloro che
consideravano il tradimento contro gli ex-alleati un merito storico e
civile. In ogni caso, la costituzione, in un articolo tanto breve quanto
sconosciuto, difendeva questo tradimento come un atto di indipendenza
politica del deputato dal suo partito, definendolo, nientedimeno,
Irresponsabilità: cioè il deputato non è responsabile nei confronti del
suo partito. Dunque, non solo non vi è tradimento se prima vi è stata la
rottura di un patto, e il patto di reciproca alleanza poggiava su quello
di reciproco scambio di favori, ragion per cui venuto a mancare questo,
mancò anche l'altra; ma il tradimento, o irresponsabilità (due concetti
equivalenti se dissimulati), era un punto fondamentale dello spirito di
libertà della costituzione. In parlamento ogni deputato non doveva
considerarsi interprete e rappresentante solo del suo collegio, e
tantomeno del suo partito, o di logge, di coalizioni o di altri gruppi
di pressione, ma dell'intera nazione, sia dei cittadini che lo hanno
eletto sia di quelli che non l'hanno eletto: la sua libertà è nella
coscienza di uomo politico, non di uomo di partito. Insomma il deputato
poteva fare quello che gli pareva, nei limiti della sua coscienza o
incoscienza (altra dissimulazione). Se non fosse stato così, un politico
accusato di truffa o di corruzione danneggiava i suoi elettori e non lo
stato.
Contro questo tradimento fu organizzato un sistema di
bugie concatenate che culminavano, per quanto la pentola cominciasse a
traboccare da ogni parte, nella menzogna capitale, la più seducente che
si fosse potuta inventare, cioè che il regista del tradimento fosse lo
stesso Presidente della Repubblica, che invece di fare il garante e il
difensore della costituzionalità del tutto, era il principale
attentatore. La bugia in forma di paradosso è la forma più sottile di
bugia perché somiglia in tutto e per tutto ad una verità in forma di
paradosso. Questa, come tu sai, all'inizio suscita scalpore, incredulità
generale, ma fa germogliare grani di ragionevole dubbio nella compatta
foschia della normalità, non solo perché l'anormalità, vera o falsa che
sia, ha sempre affascinato gli uomini, soprattutto quelli che si fanno
guidare dai sentimentalismi, ma anche perché la coalizione di governo,
con il possesso di tutte le principali reti radiotelevisive, impose una
serrata battaglia televisiva, con dossier reciclati, dibattiti
scalmanati, bracci di ferro estenuanti, telegiornali faziosi,
controtelegiornali patetici, interviste preparate, tribune elettorali
senza gli elettori e tribunali sommari di elettori arrabbiati, comizi
facinorosi di signore impellicciate, e naturalmente sondaggi, ancora
sondaggi. Il gravissimo stato politico divenne uno spettacolo, uno show:
politici protestavano contro accuse infondate lanciate da altri
politici, giornalisti si buttavano tra la gente per raccogliere i pareri
più cupi ed insensati, esperti giudicavano il caos del momento frutto di
un lungo sonno della ragione e predicavano la calma, economisti
riflettevano sulla crescita dell'inflazione, della disocuppazione e dei
tassi di interesse, con tutto che gli astrologi sostenessero che alla
congiunzione dei Gemelli con la Vergine sarebbero cominciati i buoni
investimenti. La politica era un gran mercato di idee, se bisogna
chiamarle idee, che più che altro erano slogan selvaggi, o deliri. Anche
chi cercava di comporre gli strappi, di abbattere i cosiddetti "muri
contro muri", di parlare ai sordi in nome di qualcosa... per esempio
della patria (patria tra virgolette), suscitando con questa parola un
sentimento di commiserazione intellettuale, che però non si scompagnava
dalla profonda riverenza per il pathos con cui essa veniva conclamata,
ebbene, ragazzo mio, anche chi cercava di recuperare da tutto questo un
senso e una lezione con amorevole pedanteria, si scontrava alla fine con
la necessità del Consenso, nel quale erano riposte sia le speranze dei
politici, testardamente convinti delle loro bugie o riarmati
dall'opportunità di simulare e dissimulare una tensione nel vuoto dei
discorsi, sia le speranze dei programmatori televisivi, vivamente decisi
a sfruttare la complessità della situazione per aumentare lo share e
battere la competizione. Hai capito com'era intricata la situazione? -
Mi parve un attimo stanco. Sorseggiò la grappa, e tirò fuori dalla
scatola di legno una pipa. La accese cerimoniosamente. Due, tre boccate
profonde bastarono a riempire di una nebbiolina fitta e filamentosa il
salottino; forse, in quel momento, si ricordava di un ambiente, di una
situazione, di un paese che non avrebbe raggiunto più se non nella
memoria.
- Sì, c'erano molti motivi per prendere una posizione
netta e decisa e fare a meno dei sondaggi per esprimere la propria
protesta. Ma, come si diceva nel lessico, bugiardo, di allora, ogni
posizione era sempre un'eversione, anche la non posizione. Che potevo
fare? Certo, mi rendevo conto che lo squilibrio tra bugia e politica non
era inevitabile... ma intanto... per capire gli uomini avrei dovuto
prima di tutto distanziarmi da me stesso, come se davanti ad altri che
parlano vi fosse un altro che guarda gli altri parlare, e poi vi fosse
un vetro imperforabile dietro il quale altri sanno di essere guardati
mentre parlano e intanto guardano altri parlare. Per me che viaggiavo
sempre, la situazione era più complicata, perché vi doveva essere un me
che vedeva l'altro partire o tornare, e ogni volta avrei dovuto decidere
nei panni di chi mettermi. Insomma, non era più questione né di metodi
né di contenuti, ma di spazi. Bisognava capire da quale parte si stesse
parlando o guardando altri parlare. Da quella parte in cui si fosse
stabilito di stare, si esprimeva un'opinione, una cosiddetta verità
personale. Fosse vera o non del tutto vera... L'importante era
valorizzarla, come se fosse stata un desiderio, un augurio... non
un'interpretazione. Neppure ci si poteva difendere dal dilagante
assemblaggio di tutte queste opinioni, avanzando l'ipotesi che proprio
il fatto di parlarne non avesse senso, e che il sondaggio fosse un nuovo
gioco di massa che trasformava tutto in informazione anonima e settaria.
Era la verità, figliuolo, ma anche la Bugia; e così perdemmo di nuovo le
elezioni.
Nathan W. J. O' Fist
l'Orlando. Anno I, n.
1.N.W.J.O'Fist, La bugia, 1997.
"http://www.comune.bologna.it/iperbole/assrere/lorlando/idee/bugia.htm".
Created in Italy by European Board for Expressive Reasearch.