SULLA BUGIA *

di Gabriele Valle


Non c’è bugia senza parole. La bugia «si dice», come la verità, insegnava il filosofo inglese J. L. Austin il quale spiegava che il linguaggio serve, tra l’altro, a «far cose». Infatti giurare, avvertire e sentenziare, ad esempio, sono cose che si fanno nel pronunciare un giuramento, dare un avvertimento ed emettere una sentenza. Sulla bugia potrebbe dirsi qualcosa di simile, me è chiaro che una trattazione sulla bugia no può esaurirsi con l’occhialetto.

Un’abominevole reputazione pesa sulla bugia, condannata dalle religioni e dai codici morali di ogni civiltà. Eppure, anche se disapprovata da ogni manuale di condotta, la bugia rimane trascurata dallo sguardo dell’umanista e dello scienziato sociale come se studiarne la natura, le cause, gli effetti e la classificazione portasse la maledizione di contaminare colui che osasse catturarla con i concetti. Essere verace è l’indizio di una virtù eminente, diceva Pindaro il poeta greco, ed è la prima condizione che Platone imponeva al principe della sua repubblica. Una ricerca nel tempo conduce ad un opuscolo di sant’Agostino intitolato De mendacio, scritto con la serena indignazione del cristiano pietoso (che non perdona nemmeno le bugie pietose) per punire la menzogna, la quale è una perversione della favella donata da Dio. Per Montaigne, il primo segno della corruzione dei costumi è la «proscrizione della verità» e Macchiavelli, spingendo in direzione contraria, avverte il principe che la bugia é un mezzo come tanti altri per giustificare la buona reputazione del governatore. E così, sfogliando le pagine della storia, troviamo, disperse e fugaci, riflessioni e giudizi sulla bugia, quasi sempre avversi.

Che la bugia è diversa dallo sbaglio, questo lo sa perfino il dizionario. Non mentiva Tolomeo quando diceva che la Terra era immobile e che girava intorno al Sole perché lui era convinto della sua asserzione. Non mente neanche colui che guardando l’ora dell’orologio legge un’ora per un’altra perché per mentire occorre non solo stare attenti ma che ci sia di mezzo una volontà di distorcere la verità, l’intenzione di negare ciò che si sa vero e di affermare ciò che si sa falso.

Senza bugie un’altra sarebbe la storia, forse un altro il progresso, sicuramente altre sarebbero i rapporti sociali. Un mondo esente da bugie avrebbe un’altra faccia per il commercio, per la televisione, per la pubblicità, per i politici.

Ma la bugia, pur essendo una delle turbine della storia sociale, non è che una piccola contrada, una superficie minore iscritta a sua volta in un’altra molto più grande, in un territorio vasto di confini quasi ignoti, il quale è antico come la creazione e inespugnabile come la morte. È l’inganno. Esso, l’inganno, è un universo costellato di elementi perché contiene, oltre alle bugie, che sono figlie del linguaggio, anche le migliaia di forme, alcune note, le altre da conoscere ancora, di frodare la verità o di frodare il patto. Il traditore che spezza l’impegno, l’ipocrita che nasconde un sentimento trasformandolo, il seduttore che offre una cosa volendo un’altra, sono il frutto di un’intenzione tortuosa. L’imbroglione, il vagolo, l’impostore ed altri sono professionisti della stessa corporazione. E le verità parziali o le verità nascoste? Anche del silenzio si serve l’inganno.

Le buone maniere, anche se buone, e pur essendo il lubrificante sociale fabbricato per evitare la frizione, sono sovente finzioni tessute in nome della concordia. Un’etica della responsabilità, come la capiva Weber, il sociologo tedesco, non necessariamente disprezzerebbe le sfumature e gradazioni dell’inganno perché molte volte la responsabilità lo suggerisce allo scopo di impedire mali o di mitigarli.

Una scienza dell’inganno, se venisse istituita nelle cattedre, si presenterebbe come madre di molte scienze e della maggioranza delle attività umane. No scappa il giornalismo da questo braccio spaziante: ben lo sapeva Luis Miró Quesada quando affermava che il giornalismo può esser la più nobile delle professioni o il più vile dei mestieri a seconda del modo di esercitarlo.

Molti reclamano a gran  voce il diritto alla verità ma nessuno reclama il diritto all’inganno. L’inganno attivo e quello passivo, il diritto a ingannare e a essere ingannato. Il primo si esercita a volte per prudenza, altre per codardia; il secondo va invocato, in silenzio, da quelli che temono di conoscere la verità perché non tutti la vogliono o la possono accettare. È forse un meccanismo della mente per difendersi dalla coscienza dolorosa.

Disinganniamoci: non è facile trovare degli antidoti contro l’inganno in generale né contro la bugia in particolare. Entrambe le specie corrono per il torrente linfatico dell’educazione culturale, dal momento in cui gli uomini si inaugurano come esseri sociali. Si dice ai bambini di non mentire perché altrimenti crescerà loro il naso come a Pinocchio. La morale della favola, che non mente ma mette in guardia, sembra chiara: insegnano loro a non mentire... mentendo.

Pubblicato sul giornale «El Comercio» di Lima, 24 dicembre 1998


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